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In Versilia il fagiolo speciale della giovane Amapola: «Vi racconto i segreti dello Schiaccione»

di Irene Arquint
I fagioli schiaccioni che la giovane imprenditrice Amapola Moriconi, classe 1997, ha scelto di recuperare dall’oblio
I fagioli schiaccioni che la giovane imprenditrice Amapola Moriconi, classe 1997, ha scelto di recuperare dall’oblio

La giovane tecnica agraria ha scelto i campi bio. Amo vivere all’aria aperta, non potrei stare chiusa in un ufficio. E d’estate di sera si sta da dio

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Nonno Elia fece fortuna piantando cipolle ed agli in Nevada. Lasciò la Versilia durante il primo conflitto mondiale, optando per l'ignoto a discapito della guerra. Stipare grossi vagoni ferroviari di quei bulbi pieni di sapore, negli anni Quaranta gli permise di tornare e comprare i quattro ettari di terra in cui la nipote Amapola porta avanti una coltura in odore di oblio.

Prelibatezza

I fagioli Schiaccioni di Pietrasanta sono legumi candidi dalla forma inconfondibile, tipici della campagna che dal mare si spinge verso la Piccola Atene della Versilia. Ma la vocazione turistica della zona ha fatto sì che i giovani abbandonassero la terra, perdendo braccia e sapere. Non è accaduto però ad Amapola Moriconi, classe 1997, che appena ottenuta la licenza agraria ha affiancato il padre Mariano nella cura delle vacche da latte e delle olivete. Cresciuta all’aria aperta in mezzo agli ortaggi e il foraggio, ha optato per una scuola che le fornisse conoscenza da applicare ad un lavoro duro, seppure l’unico che avrebbe mai scelto. Il suo nome tradotto dallo spagnolo significa papavero e lo deve alla madre Silvina Spravkina, scultrice giunta a Pietrasanta dall’Argentina trovandovi casa anche nel perfezionare la sua arte.

La giornata

La giornata di Amapola Moriconi inizia alle cinque del mattino e prosegue finché la luce lo permette, allungandosi sino oltre l’ora di cena nella bella stagione, quando coltiva Schiaccioni, fagiolini verdi e ortaggi. «Anzi: in estate di sera si sta da dio. Amo vivere all’aria aperta, non potrei stare chiusa in un ufficio. È vero, sono rari i giovani che scelgono l’agricoltura. Fra i compagni di classe abbiamo continuato in campagna solo in due – racconta la sua direzione contro corrente – Un po’ perché è una vita faticosa, senza orari, priva di entrate fisse, in balia degli eventi atmosferici. In più quando devi raccogliere puoi scordarti il resto, non ci sono amici o feste che reggano perché la pianta non aspetta. Da piccola i coetanei mi guardavano come fossi un’extraterrestre. Ma in realtà non mi è mai pesato. Ed oggi sono felice così». Il suo è un raccontarsi sereno, respirando ad occhi chiusi il primo tepore primaverile, con lo sguardo a quei due ettari di campi (la metà esatta dei terreni di proprietà) dove a maggio inizierà a seminare Schiaccioni. Lo farà in più mandate, in modo da raccogliere in continuità fra giugno e ottobre. «Siamo partiti con dieci solchi dieci anni fa, adesso siamo a cento. È una coltura storica, sono cresciuta osservando le vicine mentre fissavano nel terreno le canne di bambù su cui si sarebbe arrampicata la pianta. E se in passato qua attorno trovavi Schiaccioni ovunque, oggi purtroppo siamo rimaste in tre». Di cui lei è la più giovane, mentre le altre stanno pensando di smettere. Amapola prosegue come ha sempre visto fare: scavando i solchi, mettendovi a dimora il seme, tagliando le canne dall’argine dei fossi per poi spuntarle e conficcarle nel terreno in modo da offrire un sostegno a quel rampicante, il cui frutto è molto richiesto dai ristoranti della zona perché delicato al palato. «A differenza di altri, lo Schiaccione è uno dei pochi vegetali che non subisce oscillazioni di prezzo – racconta – La vita di campagna non è facile, ma dimentichi tutto nel momento in cui il prodotto viene apprezzato e il tuo sacrificio riconosciuto». Ottimo come contorno, ma anche nelle zuppe, predilige la campagna limitrofa di Pietrasanta perché poco ghiaiosa e per conformazione più generosa nella raccolta che si spinge fino all’autunno inoltrato. Amapola concima utilizzando lo sterco della stalla, senza chimica o altri additivi. A loro volta gli animali mangiano il foraggio e lo scarto del campo: «Chiudiamo un ciclo alimentando le vacche con la pianta a fine produzione. Così facendo una sostiene l’altra». La sua è un’agricoltura semplice, proprio come faceva suo nonno e a sua volta il padre. Alterna le colture e strappa l’erba a mano senza ricorrere a diserbanti: «In questo modo faccio del bene alla natura e lei lo fa a me».


 

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