Il Tirreno

Pistoia

Il caso choc

Pistoia, prof accusato di abusi su una giovanissima alunna: in mano al pm anche foto hot

di Massimo Donati
(foto di repertorio)
(foto di repertorio)

Oltre 1.500 i messaggi che l’uomo si sarebbe scambiato con la studentessa. E a inchiodare la preside, indagata per falso e favoreggiamento, c’è una registrazione

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PISTOIA. Non solo quelle foto ritenute dalla procura sessualmente esplicite, inviate dall’alunna al professore di quarant’anni più vecchio di lei. Ma anche lo screenshot di un paio di messaggi in cui lui le spiega senza mezzi termini cosa gli succede quando pensa a lei. E a dare fondamento alle accuse mosse dalla procura, anche quegli oltre 1.500 messaggi scambiati tra i due in pochi mesi, anche in orari serali e notturni: certamente, anche se poi cancellati dalle chat whatsapp e telegram, estranei all’attività scolastica e, soprattutto, non consoni a un normale rapporto fra insegnante e studente.

L’ordinanza

Fatto sta che alla base dell’ordinanza cautelare con cui il quasi sessantenne professore di una scuola superiore di Pistoia (non ne facciamo il nome per non rendere identificabile la parte offesa) è finito agli arresti domiciliari una settimana fa, c’è di più delle sole dichiarazioni della ragazzina che sarebbe stata oggetto delle sue attenzioni e della testimonianza delle amiche e di un amico con cui si era confidata raccontando di palpeggiamenti sul sedere e tentativi di baci sulla bocca. Senza contare che gli inquirenti hanno ancora la possibilità, attraverso la perizia informatica in corso, di recuperare altri dei cosiddetti messaggi effimeri e delle foto non più presenti sul cellulare e sul pc del professore.

Quest’ultimo, indagato per il reato di violenza sessuale non è stato inoltre il solo a finire agli arresti domiciliari con il braccialetto elettronico. Sempre da venerdì della scorsa settimana si trova sottoposta alle stessa misura cautelare disposta dal giudice delle indagini preliminari Luca Gaspari anche la preside dell’istituto superiore, fiorentina residente in un comune del comprensorio del cuoio (anche in questo caso il nome non viene pubblicato per tutelare la minore). Nel suo caso le accuse sono di favoreggiamento e di falsità ideologica commessa dal pubblico ufficiale in atti pubblici.

La preside

I reati contestati alla preside si sarebbero configurati il giorno in cui la ragazzina, spaventata dal comportamento sempre più esplicito del professore, si è confidata con la professoressa che ha anche l’incarico di assistenza psicologica. Che a sua volta aveva riferito di quei “messaggi non carini” inviati dal collega alla studentessa. Quest’ultima era stata così convocata dalla preside, assieme alla madre. E secondo le accuse, avrebbe messo in atto un comportamento intimidatorio (il tutto registrato dalla madre dell’adolescente e in seguito consegnato agli inquirenti) con ripetuti e pressanti riferimenti alla diffamazione e alla stima che aveva per il professore accusato di molestie. Oltretutto la preside avrebbe informato fin da subito quest’ultimo delle accuse mosse dalla sua alunna, violando l’obbligo di riservatezza che le era invece imposto nella sua qualità di pubblico ufficiale, chiamato a segnalare senza interferire fatti del genere all’autorità giudiziaria.

Il pm titolare dell’inchiesta, Chiara Contesini, ritiene che così facendo abbia “chiaramente fornito informazioni sensibili all’indagato”, addirittura facendo pressioni sulla madre della ragazzina per un immediato incontro con lui: “l’indagata ha agito per agevolare il professore” sostiene la procura, invece di garantire, come dovuto, la segretezza della segnalazione da parte della minore.

Il reato di falso, invece, consisterebbe in ciò che aveva poi scritto nella segnalazione all’autorità giudiziaria, dichiarando che il racconto della ragazza “appariva non totalmente lucido e coerente”, quando, invece, come risulta dalla registrazione dell’incontro, davanti a lei la studentessa non aveva ripetuto ciò che aveva confidato alla professoressa e alla madre. La preside aveva inoltre scritto che la ragazzina aveva omesso di redigere, come le aveva chiesto, una relazione scritta degli avvenimenti, quando invece quest’ultima, su consiglio dell’avvocato della madre, aveva consegnato una dichiarazione di conferma delle accuse riferite a voce alla professoressa che aveva raccolto le sue confidenze.

Secondo la procura, e poi secondo il gip che ha accolto la richiesta di misura cautelare, comportamenti che evidenziano il rischio di inquinamento delle prove e di reiterazione delle condotte volte a sviare le indagini e a far pressione sia sulla studentessa che sulle compagne con cui si era confidata (dopo averle convocate, anche a loro avrebbe più volte illustrato con decisione i rischi della diffamazione).

Il professore

Come accennato, l’indagine è partita quando, a inizio febbraio, la studentessa ha deciso di chiedere aiuto alla professoressa addetta anche allo sportello psicologico. Sentita poi dalla pm, aveva raccontato che inizialmente il professore aveva cominciato a contattarla in chat per questioni connesse alla scuola e che nel tempo si era preso sempre maggiori confidenze, chiedendole di iniziare a chattare su telegram anziché su whatsapp (da dove, aveva raccontato la ragazza, lui era solito cancellare le conversazioni per timore che in casa potessero leggergliele). Quindi erano iniziati la richiesta e l’invio di foto allusive o addirittura erotiche (una sola quella, a dire della ragazza, inviatagli dal professore) e commenti espliciti da parte dell’uomo.

Con un amico, la ragazza aveva ammesso di avere in un certo modo assecondato il professore, dapprima per curiosità, per vedere fin dove si sarebbe spinto, e poi perché non sapeva più come uscirne quando lui aveva superato il limite. Limite oltrepassato quando, nella stanza dei professori, lui aveva allungato le mani in più occasioni e aveva anche cercato di baciarla sulla bocca, con lei che aveva girato la testa appena in tempo per ricevere il bacio sulla guancia.

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