Il Tirreno

Livorno

33 anni fa la tragedia fotocopia di Idilio Cei

di Giulio Corsi
33 anni fa la tragedia fotocopia di Idilio Cei

Era il 5 agosto 1981, la terribile telefonata arrivò all’allenatore del Livorno mentre si trovava in ritiro con la squadra a Massa Marittima: il figlio 17enne era morto travolto da un’auto sotto casa

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Piange a dirotto Idilio Cei. «Quando pensi di aver fatto un piccolo passo avanti nella vita, eccoti la mazzata. La morte di un figlio che ancora non ha diciotto anni, è quanto di disumano, di inimmaginabile un genitore possa provare. Mi chiedo: cosa serve vivere per me, per mia moglie?». Mercoledì 5 agosto 1981. La memoria del cronista, il collega Sandro Lulli, accende il rewind su una tragedia fotocopia di quella che ha distrutto la famiglia di Davide Nicola e ha colpito al cuore il popolo amaranto.

Nel mirino della sfortuna allora ci finiscono un altro ragazzo e un altro babbo. Anche lui è allenatore del Livorno: è Idilio Cei, un’icona del calcio nella Roma sponda Lazio. Quando faceva il portiere qualcuno lo chiamava l’armadio volante, altri l’armadio d’acciaio e d’acciaio quel giorno di agosto di 33 anni fa Idilio deve averci il cuore. La telefonata gli arriva in ritiro, a Massa Marittima, dove il Livorno, ospite in un ex convento di clausura, sta preparando quello che sarà l’ultimo campionato dell’era di Corasco Martelli.

Sono le 19.15 e a duecento e passa chilometri di distanza, sulla provinciale che da Monsummano porta a Larciano, il Piaggio Ciao di Massimo Cei, 17 anni, viene travolto da una Renault 5 guidata da un artigiano pistoiese, a pochi metri da casa. Il ragazzo è scaraventato per 50 metri, il suo volo termina sull’asfalto, dove sbatte la testa. Il motorino è tranciato in due, il cofano della Renault piegato su se stesso, lungo la strada restano i segni di una frenata lunga 90 metri. Per il ragazzo non c’è nulla da fare: morirà in nottata all’ospedale di Pistoia. E’ lì che Idilio arriva dopo un viaggio della disperazione lungo le tortuose statali che tagliano la Toscana. Ad aspettarlo, tra le lacrime, ci sono la moglie Laura e l’altra figlia, 9 anni.

«Era orgoglioso che suo padre allenasse un club di nome e il Livorno lo è nonostante sia in terza serie», racconterà il giorno dopo armadio d’acciaio al cronista del Tirreno. «Massimo era un ragazzone, un fisico come il mio, con una voglia matta di vivere. Avrebbe compiuto i 18 anni il 24 agosto ed era straordinariamente felice perché poteva iniziare la scuola guida. Gli avevo promesso una macchina».

Twitter e internet sono parole sconosciute, ma la notizia fa lo stesso il giro d’Italia. E cominciano ad arrivare i primi telegrammi. Siena, Civitavecchia, Pistoiese, Lazio. Telegrafano Marcello Melani, l’Associazione Calciatori, la Lega. Un gruppo di giocatori amaranto lascia il ritiro per portare un abbraccio al trainer. La città è sotto choc e in tanti partono per partecipare ai funerali a Castelmartini. Idilio Cei pensa di lasciare, se ne sta fuori qualche settimana poi rientra. «Mi sono chiesto a cosa serve vivere, poi ho deciso di continuare per lui - racconterà - Voleva che suo padre arrivasse a dirigere un grande club, eccomi qua».

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