Don Sirio, il prete operaio della Darsena che lottava al fianco dei lavoratori
Nacque il 1º febbraio di 100 anni fa: Maria Grazia Galimberti, che condivise con lui quell’esperienza straordinaria, lo ricorda
Il 1º febbraio di 100 anni fa nacque Don Sirio Politi, figura che ha indelebilmente legato il suo nome a Viareggio e alla Darsena. Oggi alle 16,30 alla Croce Verde (ingresso libero e aperto a tutti) Maria Grazia Galiberti - che condivise con lui e con altri preti operai quella stagione - lo ricorda in occasione di una iniziativa Unitre voluta dal suo presidente Paolo Fornaciari.
La storia di Don Sirio Politi (1920-1988) prete operaio, lottatore, poeta, artigiano, scrittore, vivido pensatore è stata ricca di avvenimenti. Per raccontarla attingo ai ricordi degli anni vissuti nella piccola comunità che si era creata intorno a lui.
Nasce a Capezzano Pianore da una famiglia modesta, ultimo di cinque fratelli, appena tredicenne entra nel seminario di Lucca e ne uscirà ordinato prete nel ’43. Lo troviamo due anni dopo parroco a Bargecchia (1945-56), a quel tempo era un prete come tanti, anche se forse più vivo di altri.
Eppure, in quei dieci anni è come se Dio lo chiamasse una seconda volta, le lunghe ore di preghiera lo spingono a volersi spogliare di tutto e vivere povero, mantenendosi con le proprie mani. Il progetto prende corpo nel febbraio '56 quando raggiunge la Darsena per iniziare nuova vita. Trova casa con l’aiuto dell’amico Daddo, dirigente della compagnia dei portuali, che gli segnala l’ex Stazione Sanitaria caduta in disuso. L’edificio viene ristrutturato dall’impresa di Antonio Maffei che lo trasforma nella Chiesetta del Porto, da sempre amata dalla città come luogo di pace e di raccoglimento.
L’esperienza operaia non fu facile, superata la diffidenza nei suoi confronti, è la durezza del lavoro a plasmarlo, portandolo a cambiare la scelta di povertà in scelta di classe: essere «uno di loro» diventa il leitmotiv della sua vita, lo è quando raggiunge la testa dei cortei negli scioperi, o quando nell’estate ‘61 ‘salta il muro’ della Fervet occupata dagli operai, per celebrare con loro la Messa, e gli pare di aver scavalcato un abisso di divisione e di sentirsi in terra libera, fra uomini liberi.
Continuerà ad esserlo, anche se nel ’59 deve abbandonare il cantiere per l’intervento delle autorità ecclesiastiche che pongono fine all’esperienza dei Preti Operai. Rimane in Darsena mantenendosi come scaricatore di porto.
I primi anni ’60 la Chiesetta viene allargata da un’ampia sala per ospitare la redazione di un giornale Il nostro lavoro (1962-64) che dava voce alle rivendicazioni degli operai. La vivace redazione era composta da operai, studenti e dal giovane Enrico Vettori. Per la seconda volta l’intervento dell’autorità ecclesiastica, sollecitata dagli imprenditori locali, pone fine all’avventura.
Nello stesso anno pubblica il suo primo libro Una zolla di terra edito da La Locusta. Da quel poetico testo, si può dire che nascerà la Comunità del Bicchio: attirati dalle sue pagine, don Beppe Socci ed io - lui giovane seminarista di Firenze ed io giovane studentessa di Roma – ci rechiamo a Viareggio per conoscerlo, non sapendo che in seguito saremmo andati a vivere con lui. Anche Don Rolando Menesini ne rimane coinvolto, allora era parroco a Balbano e insegnante di Religione all’istituto magistrale delle Suore Mantellate. Si stringe fra i due un’amicizia che li porta fra il ’63 e ’64 a voler realizzare una comunità centrata sul messaggio evangelico. Il Vescovo Bartoletti accetta con coraggio il progetto e nel ’65 affida ai due sacerdoti la parrocchia del Bicchio dove li lascia liberi nelle scelte pastorali e nel dare vita a una comunità di uomini e donne, fondata sul lavoro e preghiera e caratterizzata dall’ospitalità.
Il suo secondo libro Uno di loro, ed. Gribaudi esce nel ’67.
Sempre aperto a scoprire nuovi orizzonti, nel ’71 Don Sirio sceglie di tornare in città per essere vicino alle novità che attraversavano il mondo occidentale e accoglie alla Chiesetta del Porto a Don Beppe Socci, Don Luigi Sonnenfeld e me. Sono anni creativi, Don Sirio partecipa alle tante campagne sull’antimilitarismo, l’obiezione di coscienza e le tematiche ecologiche, si occupa con passione del tema della pace, tanto da diventare presidente del Mir (Movimento Internazionale di Riconciliazione). Per diffondere le sue idee scrive tre opere di teatro popolare Una fede che lotta, Il cristiano dice NO e Le ombre di Hiroshima da recitarsi per le strade e nelle piazze.
Fra le battaglie ecologiche memorabile è rimasta quella del ’76 a Montalto di Castro contro la costruzione delle centrali nucleari, quando la passione lo portò, con pochi altri, ad occupare la strada e la ferrovia, a venire denunciato e in seguito condannato in appello a sei mesi con la condizionale di 5 anni.
Nel 1979 con don Rolando Menesini, don Luigi Sonnenfeld e don Beppe Socci realizza in via Virgilio un laboratorio artigianale per l’inserimento di giovani nel mondo del lavoro che sarà noto in città come il ‘Capannone’. A questa esperienza si affianca il prendersi cura delle persone svantaggiate, attività in seguito gestita dalla Cooperativa Sociale Crea, che è diventata un punto di riferimento cittadino per la promozione e il benessere dei portatori di handicap. Antico sogno nuovo esce nell’83, è un’opera visionaria nella quale trasfigura i ricordi della nostra vita di comunità, un libro che andrebbe ripubblicato.
Si annunciano nell’86 i primi sintomi di una grave malattia del sistema immunitario, alla quale sopravvisse un anno e mezzo fra casa e ospedale dove, all’alba del 19 febbraio 1988, un'infermiera ci avvisò che Don Sirio era spirato.
Grande è stata la folla al suo funerale, i suoi amici preti operai lo vollero portare a spalla fino all’allora nuovo Mercato del Pesce dove fu celebrata la Messa, era l’unico luogo in città in grado di contenere così tante persone.
Immersi nel grande dolore corale noi sapevamo - come lui amava dire e come abbiamo fatto scrivere sulla sua tomba - che la morte non chiude la storia. —