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Dazi di Trump, così sconvolge l’economia mondiale. Almeno che… – Il commento

di Alessandro Volpi

	Un momento della conferenza stampa di Trump
Un momento della conferenza stampa di Trump

La reazione della Cina non si farà attendere. Il 2 aprile una data funesta

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L’attesa conferenza stampa di Trump per celebrare la giornata della liberazione americana è stata in larga parte dedicata a fotografare la colossale perdita di ricchezza subita dagli Stati Uniti per effetto di due fattori costituiti dagli errori delle amministrazioni democratiche che hanno scelto la deindustrializzazione del paese e dall’aggressività dei partner commerciali americani, impegnati nel applicare pesantissimi dazi e misure non tariffarie nei confronti degli Stati Uniti, senza grandi differenze tra “amici” e “nemici”. Ai partner commerciali il presidente ha anche rinfacciato le tante svalutazioni competitive contro il dollaro e atteggiamenti di grande scorrettezza, usando un linguaggio tutt’altro che diplomatico.

Una situazione così critica non poteva essere più tollerata e la strada scelta da Trump è stata quella di introdurre dazi reciproci dimezzati, includendo nel calcolo le imposte sul valore aggiunto e le misure non tariffarie. Si tratta di una scelta decisamente pesante che colpisce la Cina con dazi del 34%, l’Europa con un ulteriore 20%, il Giappone con il 24%, l’India con il 26%, la Corea del Sud con il 25 e l’Indonesia con il 32%. Dall’insieme di queste misure Trump si aspetta un forte incremento delle entrate fiscali, con un gettito dai dazi fino a 6 mila miliardi di dollari in pochi anni, necessari per fronteggiare il costo degli interessi e il deficit federale, e un’altrettanto marcata reindustrailizzazione con il ritorno delle fabbriche e delle produzioni negli Stati Uniti. Il tono trionfalistico utilizzato dal presidente sembra però davvero eccessivo viste le incertezze che questo tipo di misure porteranno con sé. Sembra profilarsi infatti una vera e propria guerra commerciale con un paese decisamente strategico per la tenuta Usa come la Cina, le cui importazioni negli Stati Uniti hanno raffreddato l’inflazione e il cui utilizzo del dollaro è la condizione proprio per finanziare il gigantesco debito federale.

Ora, con dazi al 34% è molto probabile che arriveranno le misure ritorsive da parte cinese con effetti difficili da valutare ma certamente pesanti, così come sarà inevitabile un peggioramento delle relazioni con l’Europa, rispetto alla quale non è stata fatta alcuna distinzione fra i singoli Stati. Un simile peggioramento colpirà duramente l’Italia che insieme alla Germania costituisce l’80% del surplus commerciale europeo. Più in generale le dimensione dell’azione commerciale trumpiana è un dato di grande destabilizzazione dell’economia internazionale, in grado di mettere sotto pressione in primis proprio gli Stati Uniti, dove è assai difficile che arrivino in tempi brevi i mega investimenti annunciati dallo stesso Trump mentre è probabile l’acuirsi della diffidenze e delle paure nei confronti di un paese che non è nelle condizioni di scatenare un conflitto tanto profondo.

Il giorno della liberazione rischia, in tale ottica, di essere una data assai funesta per la presidenza Trump che sembra scommettere su una prosecuzione degli scambi con il resto del mondo nonostante gli aggravi daziari: una scommessa in realtà davvero improbabile a meno che non si dimostri un grande bluff per aprire nuovi negoziati.


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